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Il Bosco della memoria è carico di futuro

Di Covid si continua a morire, ma la risposta emotiva dopo oltre un anno di pandemia è diversa da quella scolpita nella nostra memoria, identificata con i camion militari che la sera del 18 marzo del 2020 da Bergamo trasportavano le salme verso i forni crematori di altre città e regioni.
Un fermo immagine che simboleggia la tragedia provocata da un virus tanto invisibile quanto invasivo che ancora oggi continua a colpire e uccidere le persone più fragili.
Forse ci siamo assuefatti al bollettino quotidiano che si conclude con il numero di morti, ancora a centinaia. È come se ogni giorno cadesse un aereo carico di passeggeri”, ma a distanza di un anno la risposta emotiva è diversa da quella provocata dalla “prima ondata”.
Il che è comprensibile, dopo aver capito l’ineluttabilità del prezzo da pagare, ma non fino al punto di farla diventare passiva accettazione del fatto che, tutto sommato, si tratta di “persone di una certa età”.
Perlopiù fragili e bisognose di essere aiutate e assistite.
Tutte le persone vanno aiutate e assistite quando ne hanno bisogno, la società matura è quella che se ne prende cura dall’inizio alla fine, ma forse non si è capito quanto preziosi siano gli ultimi anni di vita degli anziani, cosa vuol dire morire in solitudine, per chi se ne va e per chi resta.
Una condizione umana di profondo significato che il Coronavirus ha messo in evidenza e sulla quale è bene riflettere anche oltre questa drammatica esperienza, per meglio curare le tante solitudini presenti nella nostra società.
Le persone che se ne sono andate in questo modo lasciano in eredità un patrimonio di sofferenza che non riguarda solo le famiglie direttamente interessate ma l’intera collettività, chiamata a farla diventare patrimonio morale di ricostruzione e rinascita.

Certo, a partire da una migliore e meglio strutturata tutela della salute, ma in grado di tramutarsi in impegno civile e sociale all’altezza di un Paese moderno che si prende cura di tutti e non lascia indietro nessuno.
Cosa possibile solo attraverso politiche attive imperniate sul lavoro dignitoso e un welfare commisurato alla capacità di creare sviluppo di qualità, all’insegna delle pari opportunità e con l’obiettivo di rafforzare la coesione sociale.
Ripartire dalla sofferenza e dalle solitudini diffuse, con l’idea di riparare e ricucire il tessuto sociale, è ciò di cui c’era e c’è urgente bisogno.
Saremo in grado di farlo diventare progetto realistico di ricostruzione dell’Italia?
Questa volontà riecheggia nelle parole pronunciate dal Presidente del consiglio Draghi, in occasione dell’inaugurazione del Bosco della memoria, a Bergamo.
Quando afferma solennemente “siamo qui per promettere ai nostri anziani che non accadrà più che le persone fragili non vengano adeguatamente assistite e protette”, egli fa qualcosa di più di una promessa: assume un impegno preciso.
Nessun dubbio sulla sincerità del Presidente del Consiglio, quando afferma che lo Stato c’è e ci sarà.
Da un lato ci sentiamo rassicurati, dall’altro dobbiamo necessariamente fare i conti con una memoria storica più complessiva che dimostra quanto sia facile dimenticare, alla fine di ogni emergenza e ripetere gli errori di prima, gli errori di sempre.
Emergenza dalla quale, peraltro, non siamo ancora usciti e che ci fa toccare con mano i diversi approcci nel modo di affrontarla, le false identità che sarebbe più onesto chiamare interessi economici e spartizione del potere.
Realtà da non demonizzare, che però vanno chiamate con il loro nome.
Lo Stato c’è e ci sarà solo se ogni cittadino ne è partecipe.
Solo se ogni persona è presa in carico dalle sue istituzioni.
Assistita quando è necessario, sostenuta quando cerca lavoro, premiata quando crea valore sociale e civile, e perciò anche punita e sanzionata quando si dimostra infedele verso il suo Stato e sleale nei confronti dei suoi concittadini, come fa chi non paga le tasse.
E peggio ancora chi lo supporta.
Che messaggio si dà ai cittadini, ai lavoratori e ai pensionati, agli imprenditori e alle imprese che pagano regolarmente le tasse, con un condono che non distingue tra chi può pagarle e chi no?
Da dove vengono i soldi per gli investimenti e i servizi pubblici (e anche per pagare i debiti) se non dal regolare pagamento delle imposte?
Da dove viene il pagamento della cassa integrazione non coperta da contribuzione delle imprese, se non dalle tasse?
Lo Stato c’è e ci sarà quando la si smetterà di essere forte con i deboli e debole con i forti e gli approfittatori.
Aiutare chi non può pagarle, chi si trova in reale difficoltà, va bene. Va benissimo.
Fare di tutta l’erba un fascio, no. È quanto di peggio si possa fare sul piano dell’educazione alla cittadinanza.
È bene ricordare che se i cittadini vengono curati a costi elevatissimi che non potrebbero mai sostenere da soli, questo lo si deve a un sistema solidaristico e alle tasse che i cittadini pagano. Diversamente sarebbe impossibile. 
Nel Bosco della memoria, quindi, assieme agli alberi, cresca anche la speranza e la volontà di ricostruire e risanare un Paese che ha bisogno di crederci mediante il buon governo e lo sviluppo sistematico delle buone pratiche che nulla hanno a che vedere con una indistinta “rottamazione delle cartelle” che il nostro Pierpaolo Bombardieri ha definito “uno schiaffo verso chi paga regolarmente le tasse”.
Memoria vuol dire anche questo.

G.G.


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