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Sulla riforma della Giustizia

La giustizia è un ideale verso cui tendere, che non si realizza mai.
Rispecchia i limiti, le imperfezioni e le contraddizioni degli umani che la strutturano e la amministrano.
Nessun popolo può farne a meno. Non per nulla le sentenze si emettono in suo nome: cioè di tutti e di nessuno in particolare.
Qualunque sistema di giustizia rispecchia i valori, gli interessi e il contesto generale, che, grazie al cielo, non è più solamente nazionale.
Per tale ragione dev’essere coerente con la Costituzione italiana e i trattati internazionali di pari valore.
La riforma della giustizia di cui tanto animatamente si sta discutendo nelle ultime settimane e che sembra in dirittura di arrivo, su impulso del Governo Draghi e della Ministra Cartabia, va valutata alla luce della storia e della realtà del nostro Paese.
Non è una “schiforma” come sostiene il direttore del Fatto Quotidiano.
I giudizi decontestualizzati servono solo a favorire l’immobilismo e l’interminabile durata dei processi, la cui riduzione è nell’interesse di tutti i cittadini, non (solo) perché ce lo chiede l’Europa.
La gente per bene, tuttavia, chiede che la riduzione dei tempi non vada a scapito della finalità della giustizia, misurabile nella quantità e qualità delle sentenze, non certo nel numero dei processi che muoiono (prescrizione camuffata) per decadenza dei termini.
In tal caso è giustizia negata. Questo è il risultato dell’ improcedibilità per decorrenza dei termini.

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