Brevi riflessioni settimanali del Presidente della UILTuCS Lombardia

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Il banco di prova del Vaccino

All’inizio del 2020, quando fu evidente che eravamo di fronte a un virus sconosciuto, nessuno credeva possibile che si potesse sperimentare e produrre un vaccino in meno di un anno.
Se questo “miracolo” è stato raggiunto lo si deve in primo luogo a un più accentuato livello di condivisione e cooperazione, indicativo di una strada da percorrere non solo per sconfiggere la pandemia di Coronavirus ma anche per curare i guasti del Pianeta, in funzione del benessere di chi lo abita.
Gli scienziati hanno fatto il loro lavoro, ora tocca ai decisori politici utilizzarlo bene, secondo, è proprio il caso di dirlo, scienza e coscienza.
Vaccino per tutti, vaccino secondo umanità, vaccino come giustizia sociale, vaccino come prova generale e capacità organizzativa di un Paese che sente di potercela e volercela fare.
Ormai ci siamo.
Proprio oggi, 27 dicembre 2020, in tutta Europa, patria di umanità che mette al centro la persona, inizia la grande campagna vaccinale che si pone l’obiettivo di liberarci dalla pandemia entro il 2021.
Non solo ci dobbiamo credere, ma dobbiamo fare di tutto, da cittadini partecipi e non passivi, perché la campagna si svolga nel migliore dei modi, continuando a rispettare le regole, a vigilare nei luoghi di lavoro.
Il Sindacato fin dal primo momento ha messo la Salute delle persone al primo posto.
È anche una prova di più impegnativa convivenza civile e di valore morale quella di adottare il criterio della precedenza alle persone più fragili ed esposte al rischio, verso le quali troppe persone hanno rivelato i guasti prodotti da un pensiero (unico) che riduce tutto a calcolo economico.
Ecco allora che gli anziani non servono più (quanti anni ha Mattarella? Quanti ne ha Biden?), che un cittadino lombardo vale più di un ministeriale romano, come ha detto quello stupido leghista che si fa propaganda sparando cavolate una più grande dell’altra.

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Il futuro è a portata di mano: saremo all’altezza?

Mancano pochi giorni a Natale ed al via europeo della campagna vaccinale anti-Covid sulla quale si riversano la speranze di uscire, prima possibile, dalla pandemia che finora ha provocato quasi 70 mila morti, devastazione economica, ulteriore impoverimento.
Sarà un Natale diverso perché nel dramma ci siamo ancora, come attestano i numeri dei morti quotidiani e delle persone contagiate che calano solo a fronte di misure appropriate, ma tornano a crescere quando si allentano, a riprova del fatto che le misure sono necessarie.
Anche per respingere il cinismo di chi afferma “pazienza se moriranno un po' di persone in piú” come ha fatto il Presidente di Confindustria di Macerata, che poi si é dimesso.
Le misure servono, ma devono essere accompagnate dal coinvolgimento razionale ed emotivo dei cittadini perché, al dunque, di tutto si può rimproverare chi ci governa ma non del fatto che si tuteli la salute delle persone e si tenti di prevenire nuove catastrofiche ondate di contagio.
I sacrifici che ci vengono chiesti non hanno nulla di politico, semmai è la politicizzazione delle misure adottate o non adottate che sconforta e ci mette di fronte a una realtà contraddittoria rispetto alle attese del futuro prossimo.
Da un lato, la fondata speranza di uscire dalla pandemia nel modo più razionale e ordinato possibile e tale da costituire una prova generale che il sistema Italia funziona; dall’altro, il timore di impantanarsi sui contrasti strumentali e di potere che rischiano di farci perdere la grande occasione di ammodernare e rimettere in equilibrio l’Italia, con l’aiuto evidente dell’Europa.
Com’è possibile parlare di crisi di governo in un momento così difficile e complicato, che semmai richiede il suo contrario e la condivisione generalizzata attorno al buon utilizzo dei miliardi in arrivo dall’Europa per la ricostruzione?

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Niente azzardi sul futuro dell’Italia

Mai come in questo momento il contesto europeo è stato così favorevole all’Italia.
Risulta perciò avvilente constatare che il rischio di non riuscire a sfruttare la straordinaria occasione offerta dal Recovery Fund, proviene dall’interno.
Nessuno può scaricare all’esterno problemi di maturità politico istituzionale che sono solo nostri.
E, d’altra parte, non è così strano temere che un governo nato per caso e piuttosto fragile nella sua composizione possa non farcela, da solo, a fronteggiare una crisi senza precedenti.
Così come non può sorprendere che il governo pensi di avvalersi di supporti esterni per spendere e gestire al meglio i 209 miliardi del Recovery fund, alla luce del fatto che il nostro Paese ha ripetutamente dimostrato nel corso degli anni di non saper utilizzare buona parte dei fondi strutturali per favorire la crescita economica e occupazionale delle regioni meno sviluppate.
Per quale ragione dovremmo costringere il governo ad agire con schemi e mezzi ordinari di fronte a una situazione straordinaria?
Il problema -delicato, bisogna riconoscerlo-, semmai è come avvalersi di competenze e professionalità di alto profilo esterne al governo e all’apparato dello Stato. A supporto, non in sostituzione.
Come coinvolgere chi rappresenta legittimamente i vari universi sociali e istituzionali, tra i quali il Sindacato e le Associazioni d’impresa, rispettando la Costituzione.
Come non scavalcare le autority indipendenti, i ministri e i ministeri competenti, in particolare quello dell’economia e delle finanze che dovrebbe essere il naturale coordinatore dei progetti di investimento all’interno di un indirizzo collegiale di governo.

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Momento faticoso

Siamo dentro una tragedia, il cui significato non cambia perché non tutti la vivono e la soffrono allo stesso modo, con lo stesso livello di coscienza.
I 60mila morti già superati sono perfino superiori ai 276 mila degli Stati Uniti, in rapporto agli abitanti, 6 volte e mezzo più dei nostri 60 milioni.
Solo fato o solo perché la popolazione italiana è mediamente (45,2) più anziana di quella americana (38,2)?
Questa differenza incide sicuramente, ma ci sono anche le nostre carenze strutturali, le nostre responsabilità non sempre adeguatamente esercitate, il dovere di collaborare a tutti i livelli venuto meno.
L’Italia paga l’individualismo diffuso che c’entra poco con il principio/valore della libertà.
Paga l’incultura istituzionale che lascia spazio a interessi particolari scollegati da quelli generali.
Paga la cultura del contro che porta a contestare anche misure di buonsenso supportate da istituzioni scientifiche.
Fenomeni che rendono più difficile la lotta alla pandemia e inducono non pochi politici ad assumere posizioni contrastanti con quelle più funzionali alla tutela della salute pubblica, senza la quale è impossibile tornare a vivere e lavorare in piena libertà.
È vero che bisogna immedesimarsi nelle difficoltà  di tutte le persone e di tutte le imprese, ma bisogna farlo a partire dalla responsabile, seppure sofferta, accettazione delle misure adottate, sulle quali è inutile spaccare il capello in quattro in cerca di soluzioni perfette che non esistono.