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Calcio, lusso, affari e sfruttamento

Il Mondiale dei diritti negati.
Macchiato di corruzione, sfruttamento e sangue dei lavoratori.
Le partite si svolgeranno in un Paese che soffoca i diritti civili, in cui sono morti migliaia di operai.
Speriamo si svolga “regolarmente”, ma è doveroso evidenziare che di regolare c’è stato ben poco nella lunga fase preparatoria che ha reso possibile l’inizio di questo evento globale, attorno al quale erano e sono collegati enormi interessi economici, politici e finanziari.
Secondo diverse inchieste indipendenti, ostacolate dalle autorità, durante la costruzione degli impianti sportivi e delle strutture collegate sono morte sul lavoro 6.500 persone, (dato proveniente da fonti governative del Qatar, ma Amnesty International ricorda che i lavoratori migranti morti ufficialmente in Qatar, tra il 2010 ed il 2019, sono 15.021), costrette a lavorare in condizioni di pesante sfruttamento e intimidazione.
Noi siamo alle prese con una vera emergenza salariale, con la legge di bilancio dalla quale ci “aspettiamo” misure concrete a sostegno dei lavoratori che ne hanno veramente bisogno, ma non possiamo girarci dall’altra parte di fronte a situazioni drammatiche che sembrano lontane ma in realtà ci riguardano da vicino.
Difficile non essere d’accordo con Fiorello quando dice che bisognerebbe andare “tutti via dai mondiali, perché il Qatar non rispetta i diritti umani”.
Cosa praticamente impossibile, che tuttavia obbliga a discutere sul come e sul perché nel 2010 si è deciso di assegnare a questo Paese il Mondiale di calcio che, nelle “intenzioni dichiarate”, doveva cambiarlo in meglio e invece si è tramutato in “un calcio ai diritti” in modo sporco e ipocrita.

Problemi che ci riguardano da diversi punti di vista, documentati da Amnesty International ed emersi anche grazie all’intervento delle organizzazioni sindacali mondiali, tenuto conto che in Qatar il Sindacato non esiste, è proibito.
Lavoratori sequestrati e schiavizzati da pratiche medievali come la cosiddetta Kafala, che fa di ogni datore di lavoro un padrone e di ogni lavoratore una persona sotto perenne ricatto.
Un Mondiale della vergogna che, in verità, non avrebbe mai dovuto svolgersi in questo Paese, dove i soldi e gli affari, la politica e il potere, condizionano e sottomettono in maniera pesante tutto e tutti, in primo luogo i diritti umani dei lavoratori.
Un evento che poteva e doveva contribuire a generare speranza e invece dimostra che le logiche extra sportive perseguono “altri” scopi.
Un campionato del mondo dal quale è stata esclusa la Russia, ma ospitato da un Paese che si comporta come e peggio del regime di Putin, per lo svolgimento in sicurezza del quale l’Italia contribuirà con 560 militari e carabinieri, 46 mezzi terrestri, una nave e 2 aeromobili.
Quanto costa questa Task Force?
A vantaggio di chi?
C’è di che riflettere, e con questo invito ci proiettiamo nei problemi impellenti di casa nostra, primo tra tutti quello dell’inflazione che divora i salari e costringe milioni di persone alla fatica della sopravvivenza quotidiana.
Con un governo che coltiva, proprio in questo momento, l’assurda idea di tagliare la spesa sociale destinata a persone e famiglie povere.
Secondo il direttore per l’Occupazione, il lavoro e gli affari sociali dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ( Ocse), Stefano Scarpetta, “le imprese devono fare uno sforzo per contenere i profitti e dare un segnale di aumento salariale nell’ambito della contrattazione collettiva”.
Non credo che lo stiano facendo e che il governo le stia aiutando a farlo, anzi, pensa di cavarsela con una spruzzata di benefit detassati destinati a pochi lavoratori di poche imprese e ai redditi medio alti.
“Ai lavoratori bisogna dare un segnale vero attraverso la detassazione della tredicesima, il beneficio intero del taglio del cuneo fiscale l’aumento della tassa al 35% sugli extraprofitti”.
Il Segretario generale della UIL è stato chiaro: le risorse bisogna saperle trovare e distribuire, evitando aiuti a pioggia che, sbagliando, mettono sullo stesso piano tutte le imprese.
Se da un lato ci sono imprese bisognose (e meritevoli) di essere aiutate, dall’altro ci sono quelle che hanno la possibilità (e il dovere) di aiutare i lavoratori e il Paese in questo momento difficile, attraverso una più equa e sociale ripartizione dell’utile di esercizio.
L’esatto opposto degli aiuti a pioggia, incondizionati e spesso contraddittori, che costano molto e producono pochi risultati dal punto di vista occupazionale, come l’esperienza dimostra.
A questo serve il criterio di condizionalità chiesto dalla nostra Organizzazione anziché dare aiuti alle imprese che licenziano o non rispettano i contratti e le norme su Salute e Sicurezza.
Così come ha chiesto il coinvolgimento del Sindacato prima che il governo decida, altrimenti sarà inevitabile la mobilitazione dei lavoratori.
I salari bassi sono diventati bassissimi, cosa fa il governo per favorire il rinnovo dei CCNL scaduti da anni?
Quanto più le risorse scarseggiano, tanto meglio bisogna saperle distribuire a chi ne ha bisogno e le sa mettere a frutto.
La condizionalità degli aiuti sarebbe un ottimo banco di prova per la messa in atto di una oculata politica economica e sociale orientata allo sviluppo sostenibile che, da qui in avanti, dovrebbe generare solo investimenti a impatto misurabile e verificabile, nell’incrocio tra pubblico e privato, imprese e filiere.
Un modo sicuro per sciupare risorse preziose è quello di dare soldi a tutte le imprese, senza condizioni, il che equivale a sostenere anche quelle che sostituiscono dipendenti più costosi con dipendenti meno costosi, lavoratrici e lavoratori full time con part time, a tempo determinato anziché indeterminato, che riducono e non incrementano l’occupazione.
Per non parlare di quelle che applicano “contratti di lavoro” fasulli, figli di sindacalismo giallo e associazionismo irresponsabile.
Basta aiuti incondizionati.
Destra o non destra, voltare pagina si può e si deve.

G.G.