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Dobbiamo fare pace con la natura, ma non solo

Bomba d’acqua, per indicare un violento nubifragio che in poche ore scarica una enorme quantità di acqua, è diventata un’espressione consueta e sempre più spesso drammatica per le conseguenze che provoca.
Le vittime del diluvio che ha colpito le Marche, alle quali (e alle cui famiglie) va il nostro pensiero, dimostrano ancora una volta quanto sia importante e urgente riparare il clima e il suolo, a cominciare dai miliardi stanziati da parecchi anni e colpevolmente inutilizzati e da quelli previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
Tra i vizi nazionali c’è anche quello delle chiacchiere infinite e dei continui rinvii che aggravano i problemi.
I partiti, salvo qualche eccezione, sembrano in tutt’altre faccende affaccendati, anche poco interessati e rispettosi delle firme di centinaia di migliaia di cittadini che stanno aderendo all’appello del Nobel Giorgio Parisi e degli scienziati che chiedono alla politica italiana tutta, di porre il tema del clima in cima all’agenda della prossima legislatura.
Finora non l’hanno fatto, bisogna mantenere la pressione dal basso affinché dalle parole si passi ai fatti come chiedono i giovani e i giovanissimi che, in questo orientamento, intravedono il mondo migliore al quale aspirano, che la guerra non avvicina ma piuttosto allontana.
Non solo quella dell’invasione russa dell’Ucraina che ci ha messo del suo in modo grave e difficilmente recuperabile a breve, per i suoi effetti e le sue implicazioni politiche praticamente mondiali, come spesso ricorda Papa Francesco.

Riparare il clima richiede pace e cooperazione internazionale, la guerra rende tutto più complicato, bisogna sentirsi costantemente mobilitati per la pace, ma senza scappare dalle responsabilità derivanti dalle situazioni concrete di fronte alla quali ci troviamo.
I processi storici non coincidono con le nostre vite, dobbiamo fare quello che sentiamo giusto, stare dalla parte giusta, mai passivamente, sempre da cittadini, lavoratori e lavoratrici consapevoli della posta in gioco.
Che è la più alta possibile.
Emerge sempre più chiaramente che il mondo moderno non è diviso solo per Stati, ma anche per alleanze politiche e culturali -e spesso anche “dolorosi” compromessi-, che richiedono linguaggi e concetti nuovi.
È del tutto evidente che, tanto per stare a casa nostra, essere connazionali ma pensarla diversamente su questioni che riguardano i diritti universali, la libertà e la democrazia, accomuna meno di quanto possano accomunarsi persone di paesi e anche continenti diversi che, sul tema, la pensano allo stesso modo.
Io mi sento più vicino al cittadino russo Alexei Navalny, in carcere da anni solo perché si oppone a Putin, che lo teme e gli impedisce con la violenza di stato di partecipare alla vita politica, che a cittadini e politici italiani che sostengono questi regimi e dittatori.
Non per nulla certi diritti si definiscono universali ed è su di essi che, a mio parere, si deve formare il patriottismo del XXI secolo.
Quando il Parlamento europeo dichiara senza mezzi termini che l’Ungheria “non può più essere considerata una democrazia” conferma quanto precede, dal momento che due partiti italiani che si candidano a governare l’Italia hanno votato in maniera opposta, compreso un loro alleato.
Non essere d’accordo sui diritti fondamentali che implicano necessariamente libertà e democrazia, stato di diritto condiviso, significa appartenere a civiltà diverse.
Il che conferma, ad abundatiam, che sono fondate le preoccupazioni sul prossimo futuro.
Acclarate dallo stesso Draghi quando dice che “la Russia fa opera sistematica di corruzione, qualcuno parla con Mosca e poi vuole togliere le sanzioni” aggiungendo che “la nostra democrazia è forte, non si fa abbattere da pupazzi prezzolati”.
Un linguaggio inusuale che non deve servire ad alimentare la cultura del sospetto e del dossieraggio, casomai attenersi alle posizioni e dichiarazioni ufficiali da prendere sul serio.
Qui non si parla di cose teoriche.
Un altro ragazzo di 18 anni, Giuliano De Seta, in “stage lavorativo” schiacciato da una pesante lastra di acciaio e morto atrocemente, non ha nulla di teorico, rientra nel mancato rispetto e valorizzazione dei giovani.
Sui diritti sociali e civili, sulle fisco, sul lavoro, precariato e “salario minimo”, sull’uguaglianza di principio e pari opportunità, su scuola e sanità pubblica, sul rispetto della Costituzione, i lavoratori hanno di che temere.
La flat tax è un vero e proprio inganno il cui risultato scontato sarebbe dare a chi ha già abbastanza e anche troppo, togliendolo a chi ha poco e/o niente.
Per chi la propone prima di tutto vengono i ricchi e i benestanti.
Noi comunque dobbiamo avere fiducia nelle istituzioni e in noi stessi, a cominciare dal rispetto dei risultati elettorali.
Ma bisogna anche smetterla con la storiella para populista secondo la quale i Presidenti del Consiglio, Draghi compreso, che non sono passati dalle elezioni politiche, non sono stati eletti.
Non si può diventare Presidente del Consiglio se non si viene votati dal Parlamento (cioè forze politiche che ne fanno parte) e in una Repubblica Parlamentare basta e avanza.
La legge elettorale confusa e contraddittoria con la quale andiamo a votare non contribuisce alla chiarezza e potrebbe dare anche un risultato sconcertante, ma in ogni caso la maggioranza si deve formare in Parlamento, non può essere solo numerica, il Presidente della Repubblica deve agire nel rispetto della Costituzione, il resto sono polemiche inutili e anche dannose.
L’Italia ha bisogno di concentrarsi sulle cose importanti, e se la sicurezza energetica lo è, nessuno può immaginare di scollegarla dalla politica estera, dai rapporti a testa alta (ma non per questo meno vincolanti) con l’Europa e i Paesi alleati, nelle istituzioni che contano e anche nei rapporti diretti dove la credibilità fa la differenza.
Il Decreto Aiuti Ter porterà un po’ di ristoro alle famiglie più bisognose, la nostra piattaforma sociale va sostenuta nei confronti di qualunque governo, di qualunque Presidente del Consiglio.
Questa è l’autonomia sindacale positiva e propositiva, non altro.
Speriamo che, in tempi relativamente brevi, prevalgano lo spirito e la cultura della pace che non si conciliano con il “tifo” per una parte o l’altra.
Quando ci sono di mezzo valori ai quali crediamo veramente e sui quali abbiamo giurato di non ricadere più in tragedie umane passate, dalle quali sono scaturiti, il problema non è quello di schierarsi a prescindere, ma per le stesse ragioni che portarono i nostri padri spirituali anche a sacrificare la vita.
Il mondo è pieno di prepotenti organizzati al potere che, per il potere, sono disposti a tutto.
Viene da sorridere amaramente e purtroppo anche da piangere quando si sente dire che l’”Ungheria è democratica perché Orban è stato eletto”.
Forse che Putin non è stato eletto?
Forse che non lo è stato (con imbrogli palesi e violenza di stato) Lukashenko in Bielorussia?
Forse che non lo fu Hitler nel 1932/3 prima di imporre le sue pazzesche teorie e il suo delirante regime?
Memoria, memoria: salvaci tu.

G.G.