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Posta in gioco e autonomia del sindacato

In mezzo alla negatività che ci circonda, il pil in crescita dell’1% del secondo trimestre del 2022, sopra la media europea dello 0,7%, è una notizia confortante.
Quanto meno lascia sperare che non andremo in recessione, il che rende ancor più incomprensibile una crisi di governo nel momento in cui era evidente il bisogno che il governo Draghi andasse avanti fino al termine della legislatura.
Bisogno del Paese, non di questa o quella parte.
La democrazia farà il suo corso, c’è da sperare nel confronto tra idee, programmi e proposte, in luogo di una contrapposizione incentrata sulla confusione e sulla magica frase che gli uni dicono degli altri: sono divisi su tutto.
A noi interessa che in Agenda ci sia la sostenibilità sociale e ambientale in termini di investimenti e riconversione economica, rispetto alla quale il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza dovrebbe avviare il nuovo corso, non misurabile solo in termini di quantità ma anche e soprattutto di qualità della crescita.
La quale non passa solamente attraverso il numero di persone occupate anche solo per poche ore o giorni nel corso dell’anno, secondo i criteri della statistica, ma in stipendi e tutele sociali che permettano di vivere dignitosamente.
Continuare a parlare di salario minimo scollegato dal bisogno previdenziale e assistenziale, contrattuale e relativo al welfare complessivo di cui godono tutti gli altri lavoratori -ferie, malattia, tredicesima e quattordicesima, Fondo pensione complementare e Assistenza sanitaria integrativa compresi-, porta fuori strada.

Non perché faccia perdere ruolo contrattuale alle Organizzazioni sindacali, come qualcuno maliziosamente sostiene, ma perché impoverirebbe tutti i lavoratori in quanto, così concepito, il salario minimo diventerebbe conveniente per le imprese applicarlo al posto del trattamento complessivo derivante da un regolare CCNL.
In tutte le occasioni di confronto con la politica e i politici, dobbiamo chiedere ai partiti e ai candidati di esprimersi chiaramente su questo punto e sulla lotta al precariato. La quale, è bene chiarirlo, non è un punto come un altro, ma una scelta di campo all’interno della quale l’economia non è matrice cieca di sè stessa, bensì fattore di sviluppo umano e convivenza civile, seppure stimolata dall’interesse privato a trarne un utile.
Il nuovo paradigma dello sviluppo sostenibile -sostenibile sia dal punto di vista sociale che ambientale- non demonizza il profitto, dice semplicemente che dev’essere compatibile con l’equilibrio naturale del pianeta e quello sociale delle persone che lo abitano.
Riusciranno, riusciremo a parlare di questi problemi, senza soluzione di continuità rispetto alle urgenze di cui si deve occupare il governo in carica e quello che verrà?
Non è un bel momento per l’Italia, ma ci aiuta a capire come da un momento all’altro possa cambiare la prospettiva, sia dal punto di vista della politica nazionale e internazionale, sia dal punto di vista economico e sociale.
Quello in carica sta lavorando con il massimo impegno possibile, pur nei limiti degli “affari correnti” che comunque includono diverse emergenze -guerra, pandemia e anche Pnrr per ottenere i prossimi finanziamenti-, in primo luogo quella sociale di cui all’ultimo incontro dei Segretari Generali di CGIL CISL UIL con Draghi per il decreto aiuti in arrivo.
Diciamo la verità, è successo qualcosa di cui vergognarsi, riguardo alla crisi di governo, tanto che gli autori tentano di scaricare sugli altri la responsabilità, ma gli atti parlamentari attestano chiaramente chi ha fatto mancare la fiducia.
Adesso sarebbe sbagliato drammatizzare o buttarla in caciara facendo passare in second’ordine la posta in gioco di questa campagna elettorale, che ci riguarda solo dal punto di vista dei contenuti, il principale dei quali è quello relativo al rapporto tra Sindacato e Democrazia, diritti sociali e civili, qualità dello sviluppo.
Che sindacati ci sono nei regimi illiberali presi a modello da personaggi e partiti che si candidano al governo del Paese?
Che rapporti ci sono tra i diritti sociali e civili che fanno parte del nostro patrimonio culturale e determinate forze politiche che si fanno chiamare sovraniste ma in realtà sono estremiste e reazionarie, come abbiamo visto negli Stati Uniti d’America e vediamo anche in alcuni Paesi europei?
Poi c’è chi ci ricorda che non c’è peggio di una donna contro le donne.
Insomma, siamo autonomi da tutti i partiti e da tutti i governi, ma il nostro modo di intendere l’autonomia non si traduce mai in indifferenza o equidistanza rispetto allo stato sociale, ai diritti delle persone, al bene supremo della libertà, alla democrazia di cui siamo parte e senza la quale non potremmo neppure esistere.

G.G.