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Maledetta guerra

Anche un solo giorno di guerra è troppo.
Ne sono passati tanti da quando è iniziata l’invasione russa dell’Ucraina e non s’intravede la fine, anzi si vive con il timore che possa peggiorare in un modo che è meglio non nominare.
Siamo nelle mani di pochi, ma la guerra in un modo o nell’altro colpisce tutti.
Certo non come chi è costretto a “vivere” sotto le bombe e i missili.
Da un momento all’altro è cambiata la prospettiva e siamo costretti a fare i conti con problemi morali irrisolvibili in maniera ottimale, ma componibili solo mediante accordi e compromessi, difficili da raggiungere ma necessari.
Anzi, può sembrare strano, ma il compromesso è la migliore risposta morale.
Sono convinto che l’Italia stia facendo la sua parte in coerenza con la Costituzione che ripudia la guerra offensiva, ma non certo il diritto dovere di difendersi preventivamente e concretamente quando altri la praticano unilateralmente.
Le armi e la violenza sono una maledizione, ma dopo averlo detto la realtà non cambia e con la guerra in Ucraina dobbiamo fare i conti.
Come li sta facendo il governo? Come li stanno facendo l’Italia e l’Europa?

Di fronte a simili problemi la cosa da non fare è sparare giudizi scollegati dalla complessità e dimensione del problema.
Come persone e come organizzazioni sindacali che rappresentano lavoratori colpiti, abbiamo il diritto dovere di sentirci partecipi e interagire positivamente con chi ci rappresenta in Parlamento.
Il quale è l’unico organo deputato a deliberare sulla guerra a norma dell’art. 78 della Costituzione.
Lo sta facendo?
Pare di no, ma non è facile con una campagna elettorale già in atto e con attori condizionati, in un contesto che richiederebbe un livello massimo di maturità e consapevolezza.
La guerra ha le sue logiche, se ci sono le armi di mezzo bisogna stare attenti a ciò che si comunica.
Ma la democrazia che diciamo di voler difendere, e talvolta anche “esportare”, è tale perché non può derogare a determinati principi e passaggi di trasparenza pubblica che in una guerra devono essere al massimo e non al minimo.
Anche se pesa la corruzione di diversi politici italiani ed europei in combutta con chi l’ha scatenata, il quale si aspettava e ancora si aspetta sostegno dai populisti che ha finanziato.
I nemici interni della democrazia sono subdoli e molto pericolosi, usano l’inganno per catturare consensi.
Maledetta violenza, maledetta guerra, maledette dittature e maledetti dittatori.
Vogliamo vivere in pace.
Chiediamo lavoro dignitoso e sviluppo in grado di generare una società coesa, all’interno della quale tutti abbiano diritti e doveri in equilibrio virtuoso.
Utopia? Le più grandi conquiste del 900, i diritti dei lavoratori e lo stato sociale che oggi chiamiamo welfare -scuola, sanità e previdenza, in primo luogo-, un tempo furono considerate impossibili da realizzare, oggi sono realtà.
Non perfetta ma strutturale e strutturata affinché tutti possano beneficiarne.
Crederci e impegnarsi in modo conseguente è la premessa migliore per riuscirci.
Siamo in una fase molto problematica che si sovrappone ai cambiamenti dettati dall’utilizzo sempre più invasivo della tecnologia, c’è bisogno di gruppi dirigenti all’altezza di questo passaggio storico, sia a livello politico che sociale, certamente a livello sindacale.
Visione e concretezza, progettualità e pratica quotidiana nella vicinanza ai lavoratori, devono andare di pari passo.
Nulla sarà più come prima?
Lo si disse quando fummo consapevoli di essere dentro una devastante pandemia.
Lo diciamo adesso che siamo coinvolti in una brutta guerra, non perché ce ne siano di belle, ma perché quella in Ucraina è geopolitica nel vero senso della parola e dal come si svilupperà o concluderà dipendono tante cose che ci riguardano.
Intanto si naviga a vista, i bonus servono, ma non bastano.
Ben venga il Patto per il lavoro sottoscritto a Milano o il Patto sociale ipotizzato a livello nazionale.
Il problema è cosa si mette dentro, con quali obiettivi e risultati concreti.
Fare qualcosa non significa scrivere documenti che rimangono sulla carta.
Il fare principale per noi consiste nell’attuare quello che c’è scritto nella Carta Costituzionale, ovvero “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Lavoro da fare ce n’è. Tanto.
A ognuno la sua parte. Noi, facciamo la nostra.
In attesa, non passiva, che emergano gli Spiragli di pace da far diventare tregua prima possibile.
Ne abbiamo bisogno tutti. Ne ha bisogno soprattutto il popolo ucraino e anche il popolo russo, vittima del suo despota di turno.
Essere costruttori di pace non è facile.
Nemmeno per i pacifisti.

G.G.