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Vaccini e brevetti, ma intanto si continua a morire nei luoghi di lavoro

Si continua a morire nei luoghi di lavoro.
Non per mera fatalità, che può accadere, ma solo in minima parte.
Le morti sul lavoro si verificano perché molte aziende e le loro associazioni sanno chiedere e prendere sgravi e decontribuzione, ma non adempiono all’obbligo, anche di legge, ma in primo luogo morale, di adottare dispositivi tecnologici adeguati, formazione e informazione mirata, di riconoscere concretamente il ruolo dei Rappresentanti dei Lavoratori alla Sicurezza, ai quali spesso si nega perfino la conoscenza e la consegna del Documento di Valutazione dei Rischi.
Troppa ipocrisia, le responsabilità sono chiare.
La doverosa lotta alla Pandemia rischia di rappresentare il paravento di quello che si dovrebbe fare e non si fa: lo confermano i morti nei luoghi di lavoro degli ultimi giorni.
Luana era un’apprendista. Apprendista!
Da pagare poco e con la decontribuzione prevista, ma alla quale chiedere molto, ovvero di lavorare a pieno ritmo e carico di lavoro, con il solito ricattino finale della conferma lasciata alla unilaterale decisione del datore di lavoro.
Semplicemente assurdo, ma tristemente vero.
Troppa ipocrisia. Basta con la retorica dei padri contro i figli, dei non tutelati per responsabilità di quelli che ragionevolmente lo sono.
Basta con queste cavolate ripetute a pappagallo per sentito dire da persone che non conoscono realmente il mondo del lavoro, e tra queste ci metterei anche il buon Draghi.
Le tutele ragionevoli e realistiche si estendono, non si tolgono a chi le ha attraverso una miserabile colpevolizzazione.

Si deve sentire in colpa una cassiera o un gastronomo Esselunga, che sgobbano dalla mattina alla sera, sol perché hanno un regolare contratto di lavoro a tempo indeterminato?
Oppure ci sono quelli che il mondo del lavoro lo conoscono e si schierano apertamente per una interpretazione sbagliata della flessibilità, che è la causa principale della precarietà e delle sistematiche irregolarità a danno dei giovani e delle giovani donne in particolare.
È tempo di lotta. Intelligente e mai demagogica, ma pur sempre lotta.
Lo sviluppo sostenibile di cui tanto si parla non ce lo regalerà nessuno. Molte imprese multinazionali e associazioni imprenditoriali non ce l’hanno nemmeno in nota.
Al massimo alimentano il fenomeno del cosiddetto Greenwashing, ovvero ecologismo e ambientalismo di facciata, da alimentare solo se dietro ci sono investimenti pubblici da intercettare, senza il decisivo cambiamento della sostenibilità sociale.
Misurabile nella quantità e qualità del lavoro umano, di cui la tutela della Salute e della Sicurezza delle persone è la principale discriminante di valore.
“Essere pessimisti è inevitabile, ma essere ottimisti è un dovere”, scrive Michele Serra in risposta a una sua lettrice e in relazione a Luana e ai morti sul lavoro che a suo (e nostro) parere richiedono un approccio che non si limiti a mettere a posto le carte, bensì a sacralizzare il lavoro umano e il lavoro come fonte di ricchezza non solo materiale.
Pochi sono i politici che sanno parlare in modo responsabile, misurato ed equilibrato, ma chiaro, alle imprese.
Ci sta provando il Ministro Orlando, che non si limita a parlare genericamente di lavoro, ma insiste sulla buona occupazione, sul lavoro buono e dignitoso nell’intera filiera produttiva.
C’è poco da fare ed è bene mettere in chiaro che il vero cambiamento passa attraverso il modo di intendere lo sviluppo economico.
Come un processo a sè stante che produce risultati contraddittori verificabili a posteriori, ma storicamente già evidenti.
Oppure come sviluppo di scopo alimentato e orientato dall’incontro virtuoso tra pubblico e privato mediante condizionalità e premialità coerenti con gli obiettivi ambientali e sociali che stanno alla base del concetto di sostenibilità.
CGIL CISL UIL ci sono. La nostra Organizzazione c’è.
Il nostro Segretario generale, Pier Paolo Bombardieri sulla necessità, che è anche un diritto-dovere costituzionale, di coinvolgimento delle parti sociali e dei rappresentanti dei lavoratori in particolare, visto che, in un modo o nell’altro, quelli delle imprese sono ben presenti nella struttura di governo.
Se tutto andrà come tutti auspichiamo, a metà maggio sarà abolito il coprifuoco, il che vorrà dire che, sia pure a fatica, la lotta alla pandemia ha prodotto dei risultati ed è stata impostata per accelerare e completare la vaccinazione nel più breve tempo possibile.
La pandemia tuttavia, continua a imperversare nel mondo ed è bene ricordare che nessuno sarà al sicuro fino a quando non lo saranno e saremo tutti.
La Pandemia di coronavirus è già un grandioso banco di prova per verificare come e chi è disponibile a lottare concretamente per un modello di sviluppo a misura della libertà dal bisogno, che è cosa assi diversa dal liberismo e dal connesso individualismo, che generano tutto e il contrario di tutto, in un’ottica che di sociale e solidale ha ben poco.
I vaccini non possono essere proprietà privata da commercializzare come una merce qualsiasi.
No, proprio no.

G.G.


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