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1° Maggio 2021: c’è poco da festeggiare, tanto da lottare

C’è poco da festeggiare e tanto da lottare.
Per il lavoro. Dignitoso e con diritti. Ragionevolmente tutelato.
C’è poco da festeggiare, ma la storia continua, lottare si può e si deve in qualunque condizione, oggi è più importante che mai raccogliersi attorno al Sindacato e al sindacalismo confederale rappresentato da CGIL CISL UIL.
Per farsi ascoltare dal governo, contrattare al meglio con le imprese e le loro associazioni, condividere quando è possibile, contestare e lottare quando è necessario, pur privilegiando la via maestra del dialogo che presuppone la disponibilità reciproca.
La pandemia di corona virus continua a mietere vittime ma non cancella la storia.
Piuttosto induce a riflettere sulle cause da cui scaturisce invece di “limitarsi” a curare alla meglio gli effetti in ordine sparso.
Eppure in occasione di eventi catastrofici o di fronte a minacce incombenti doveva e dovrebbe emergere la solidarietà, non solo come valore morale ma anche come autodifesa collettiva che meglio tutela le singole persone e quelle più fragili in particolare.
Il 1° maggio si fonda sulla fraterna solidarietà dei lavoratori di tutto il mondo, oggi più attuale che mai.
Per il lavoro dignitoso come elemento centrale dello sviluppo economico per il benessere delle persone e non viceversa, come tragicamente si sperimentato in troppe situazioni e Paesi.

Oggi è più difficile celebrare queste ricorrenze cariche di storia che chiamiamo feste, non solo per effetto della pandemia, ma anche per l’affermarsi di un consumismo indotto da un’idea cieca di sviluppo, incentrata più sulla quantità che sulla qualità dei consumi, per la quale i negozi, i supermercati e i centri commerciali sempre aperti vengono prima d’ogni altra cosa.
Il calcio in televisione (e pure a pagamento) tutti i giorni della settimana, idem.
E poi ci si stupisce (o si fa finta) delle conseguenze che queste scelte producono sulla vita delle persone e sui giovani in particolar modo.
Il primo maggio è più vivo e attuale che mai, perché il sindacalismo di cui siamo portatori ha quella radice e quella memoria che si proiettano nel futuro.
Nell’impegno quotidiano per lottare e conquistare un modello di sviluppo che si rispecchi nella società inclusiva, non in quella spietatamente selettiva che distribuisce poco a tanti e garantisce tanto a pochi.
Siamo di fronte a un’occasione storica? Bene.
È arrivato il momento di dimostralo passando dalle buone intenzioni alle misure e ai comportamenti concreti, soprattutto nei confronti dei giovani, spesso umiliati fin dal momento in cui fanno il loro ingresso nel mercato del lavoro.
Basta con la retorica dei “padri contro i figli”.
Le retribuzioni siano coerenti con l’art. 36 della Costituzione e con il lavoro che effettivamente svolgono.
Gli incentivi/sgravi siano condizionati e funzionali a questo obiettivo.
Se in questo primo maggio 2021 c’è poco da festeggiare, a maggior ragione dobbiamo sentire forte il sentimento originario che accomuna le lavoratrici e i lavoratori di tutto il mondo all’insegna dei diritti, senza i quali il lavoro non è liberazione ma oppressione.
I lavoratori che in condizioni disperate lottarono per la libertà e l’indipendenza sindacale sono quelli che hanno iniziato a tessere il filo rosso che attraversa la storia per realizzare progresso e giustizia sociale.
A ogni generazione spetta il compito di fare il suo tratto di strada, a noi quello di evitare di lasciare una condizione economica e sociale peggiore di quella ereditata.
Il primo maggio è una festa carica di storia, di lotte e di sanguinose repressioni, per una vita migliore che, alla fine dell’ottocento e il primo 900, aveva come obiettivo la giornata lavorativa di otto ore.
Oggi gli obiettivi sono diversi, da Paese a Paese, da situazione a situazione concreta e talvolta da azienda ad azienda, ma lo spirito, i principi e gli obiettivi di fondo non cambiano.
Per vivere dignitosamente tramite il lavoro, premessa e obiettivo del sindacalismo confederale unitario rappresentato da CGIL CISL UIL.
Una festa carica di lotte passate che costituiscono la premessa di quelle future.
La sua origine e il suo significato si rinnovano e rafforzano anno dopo anno in ideale prosecuzione con la Festa della Liberazione che si celebra una settimana prima.
Non per nulla la Festa dei Lavoratori, dal chiaro significato socialista, era stata soppressa dal regime fascista che l’aveva sostituita con una adunata autocelebrativa incentrata sulla retorica nazionalista e colonialista che inneggiava alla guerra.
Una ragione di più per comprendere il legame indissolubile tra la democrazia, la libertà sindacale e i diritti dei lavoratori.
Se è vero che lo sviluppo della democrazia è andato di pari passo con le principali conquiste sindacali del secondo novecento, è anche vero che il progresso sociale non è stato del tutto lineare e continuo e che la globalizzazione in versione liberista, talvolta assecondata acriticamente, ha ricreato condizioni che si consideravano superate o in via di definitivo superamento.
Lo sfruttamento in agricoltura e quello dei riders, realizzatosi con l’ausilio determinate della tecnologia, unitamente a un precariato diffuso, confermano che la lotta per i diritti nel lavoro e per il lavoro dignitoso, il Welfare, la Salute e la Sicurezza, è più necessaria che mai.
E lo sarà in maniera decisiva nei prossimi mesi e anni, sia nella fase in cui saremo ancora costretti a convivere con la pandemia, che quando emergeranno più chiaramente gli effetti catastrofici e non immediatamente recuperabili della pandemia.
Ecco perché è necessario ricostruire, risanare, riequilibrare, includere e curare le ferite sociali all’interno di una nuova e più democratica progettualità.
W il 1° maggio

G.G.


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