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Lo Stato c’è. La rabbia anche, i fomentatori pure

Pare che il Coronavirus abbia fatto rinascere lo Stato, e probabilmente rilancerà l’Europa. Questo però lo capiremo meglio nelle prossime settimane, quando gli obiettivi anticipati dal Commissario all’Economia Gentiloni si tramuteranno in decisioni concrete.
L’Italia potrà uscirne rafforzata, alla condizione che si abbiano le idee chiare sulla ricostruzione non sul semplice ripristino delle condizioni precedenti. La perduta “normalità” rischia di farci dimenticare quanti fenomeni inquietanti essa conteneva (e tuttora contiene), benchè psicologicamente mitigati dalla colpevole assuefazione ai più feroci e crudeli disvalori.
Chi, per esempio, fomenta la rivolta perché si regolarizzano persone che lavorano in condizioni di sostanziale schiavitù e degrado in agricoltura evidentemente non è interessato allo sviluppo economico sociale e civile dell’Italia, ma ad altro.
I politici che si oppongono mangiano la frutta e la verdura raccolta da queste persone sfruttate e sottopagate, ma fanno poco o niente per ripulire la filiera produttiva e commerciale che fa arrivare i prodotti agricoli sui banchi della Grande Distribuzione e poi sulle nostre tavole.

Molte catene commerciali si disinteressano del lavoro nero e dei reati di vario tipo che inquinano questa filiera produttiva, oltretutto a danno della collettività in termini di tasse e contributi sociali non pagati.
Ricostruire l’Italia meglio di prima significa ripartire con la volontà di impiegare i tanti soldi pubblici necessari affinchè tutti abbiano una dignitosa prospettiva di vita dopo il coronavirus.
L’assistenza immediata in emergenza e la prospettiva futura da costruire adesso non sono due cose separate, ma una strategia unica e unitaria che richiede governabilità e largo consenso.
Esistono le condizioni?
Riusciremo a cogliere questa occasione dolorosa del Coronavirus per correggere il modello di sviluppo in essere che, assieme a tante cose belle, ha generato meccanismi perversi fuori controllo?
Ormai è nella consapevolezza di tutti e in particolare delle nuove generazioni che lo sviluppo economico dev’essere compatibile con la tutela dell’ambiente.
Un Paese più forte e coeso di prima non scaturisce dal nulla, bensì da una progettualità incentrata sulla piena occupazione, sul rispetto dell’ambiente e su un welfare meglio strutturato, incentrato sul lavoro anche quando si utilizzano gli ammortizzatori sociali.
Di politiche attive, Navigator compresi, si parla tanto, si spende e spreca, ma si fa poco di concreto.
Questo sarebbe il momento ideale per una svolta.
Certo, oggi sembra un sogno puntare su obiettivi di reale cambiamento con riforme improntate all’inclusione sociale, ma la storia insegna che, quando la volontà è chiara e largamente convergente, anche gli obiettivi apparentemente irraggiungibili si possono realizzare.
Le tragedie non sono mai benvenute, ma quando si avverano nostro malgrado vanno interiorizzate e razionalizzate come esperienza vissuta che aiuta a costruire un futuro emendato dagli errori del passato.
Dopo un terremoto si ricostruisce con criteri antisismici.
Dopo il crollo del Ponte Morandi si è capito cosa non ha funzionato e che poteva e doveva essere ricostruito più sicuro e funzionale di prima.
Utopia? No, realtà imitabile e ripetibile.
Ha funzionato l’equilibrio virtuoso tra pubblico privato.
Per quale ragione non dovrebbe essere così anche nel campo della Sanità pubblica, dell’economia e della pubblica amministrazione?
Non serve contrapporre il pubblico al privato, quanto piuttosto costruire un diverso equilibrio tra l’uno e l’altro.
Perfino la grave carenza di mascherine in piena pandemia ha dimostrato che il privato va solo dove conviene.
Lo Stato va e fa in modo che si vada dove serve.
Questo non significa statalismo e creazione di baracconi inefficienti.
Significa raccogliere e spendere bene i soldi attraverso un fisco realmente progressivo e implacabile con i furbi.
È una pubblica amministrazione al servizio dei cittadini e delle imprese leali, sia quando c’è da ricevere che quando c’è da dare, sia nel chiedere il rispetto dei propri diritti, sia per assolvere i propri doveri nei confronti di tutti. 
Chi ha ruoli di responsabilità deve fare in modo che la ricostruzione dell’economia possa rappresentare una stagione di riforme funzionali al risanamento delle piaghe storiche che affliggono il Paese da troppo tempo.
Il Giuseppe Conte di oggi non ha nulla a che vedere con il Presidente del Consiglio ostaggio di una deleteria alleanza.
In Italia costa fatica parlare bene del Governo, e nemmeno io mi sento di farlo nel momento in cui tante lavoratrici e tanti lavoratori sono ancora in penosa attesa di ricevere i soldi della cassa integrazione, comunque finanziata.
Il che deve farci riflettere, ancora una volta, sull’importanza di attuare tempestivamente le decisioni che si prendono.
Tuttavia non riesco a immaginare come avrebbe fronteggiato questa grave crisi il governo giallo-verde che c’era prima.
Credo solo che siamo di fronte a una svolta inimmaginabile solo un anno fa.
Per favore, almeno un po’ di memoria.
I fascisti, i reazionari, i politici improvvisati e gli imprenditori refrattari alle regole, al pagamento delle tasse e dei contributi sociali sono già in movimento per farci tornare indietro.
Stiamo attenti.
Noi siamo nati ed esistiamo per andare avanti. Per costruire futuro.
Lo dobbiamo a noi stessi e alle future generazioni.
Un abbraccio grande grande al maestro Ezio Bosso e alla “nostra” Silvia Romano.

G.G.


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