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Un vero esame di maturità

Continua ad aumentare il “numero” dei morti. Persone che se ne vanno in tremenda solitudine.
Non si vede ancora la tanto attesa inversione di tendenza che confermi la bontà delle misure adottate per contenere il contagio e sconfiggere il Coronavirus.
Solo quando inizierà il calo dei contagi sapremo di aver scavalcato il picco, adesso dobbiamo rimanere concentrati su questo obiettivo e nel contempo riflettere su come mettere a frutto la  sconcertante esperienza che stiamo vivendo.
Non sarà facile, non sarà automatico, non potrà essere neutro il tentativo di ripensare il mondo e le nostre vite, attraverso la rivalutazione dei beni che appartengono a tutti e che solo Istituzioni pubbliche ben strutturate ed efficienti possono garantire.
Il rapporto tra pubblico e privato va riconsiderato alla luce dell’evidenza che i diritti e i doveri, le libertà individuali, i vincoli e il senso del limite, vanno concepiti all’interno di una idea di società strutturata per includere, creare e garantire benessere.
Il Coronavirus ha messo in evidenza i limiti e le scelte strategiche sbagliate, anche in Lombardia, nei confronti del nostro Servizio Sanitario Nazionale, volutamente indebolito a favore della sanità privata.
Se la nostra Costituzione dice che “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”, il ruolo di garanzia deve spettare per forza di cose alla Sanità pubblica.
Quella privata non va affatto demonizzata, ma non può essere concepita per indebolire quella pubblica, come si è fatto nella nostra Regione.

Che libertà è quella del cittadino che si vede costretto a pagare uno specialista privato per una visita che il servizio sanitario lombardo gli fissa dopo 6 mesi/un anno?
La triste e ansiogena esperienza del Coronavirus ci ha messo di fronte a due tipi di cambiamento.
Quello che ha sconvolto le nostre vite, nel tentativo ancora in atto di arginare e sconfiggere definitivamente il contagio.
Quello che vorremmo realizzare rivalutando la priorità della persona, di tutte le persone, che negli ultimi decenni avevamo smarrito.
È sul modello di sviluppo che si deve concentrare la nostra attenzione fin da subito se vogliamo avviare processi di cambiamento che costruiscano società più inclusive e coese.
È dal rafforzamento delle Istituzioni pubbliche - che appartengono a tutti, a prescindere da chi  di volta in volta governa-, che può scaturire un confronto politico più civile e costruttivo, al posto della politica rozza e volgare che ha inquinato pericolosamente il discorso pubblico.
Ci chiediamo del perché in queste settimane di straordinario coinvolgimento, con migliaia di concittadini che se ne vanno senza funzione religiosa e neanche sepoltura civile, è più difficile fare demagogia e populismo?
Non sono spariti i protagonisti di una simile indecenza, non è morta la demagogia sulle tasse da abbassare sempre e comunque a tutti, senza distinguere chi ha poco o non ha nulla da chi ha tanto e perfino troppo (ce la ricordiamo la flat tax?), come se lo Stato democratico, le istituzioni pubbliche e il nostro benessere potessero farne a meno. Non sono spariti gli evasori fiscali che adesso reclamano aiuti dallo Stato che hanno sempre avversato e saccheggiato. 
Torneranno alla carica e di tanto in tanto ci riprovano, anche con offese gratuite a chi ce la sta mettendo tutta pur di tirare fuori il Paese dall’emergenza in cui si trova.
Sono le stesse persone, è bene saperlo, che si opporranno al cambiamento e ai cambiamenti di cui il Paese, non questa o quella categoria, ha bisogno per essere risanato e messo in equilibrio. 
Adesso il primo pensiero va a tutti i medi e gli infermieri e coadiuvanti  che lottano in prima linea negli ospedali per curare e assistere i contagiati in gravi condizioni. 
Alle persone che svolgono mansioni umili ma preziose, come le addette alle pulizie e alla distribuzione dei pasti negli ospedali.
Alle lavoratrici e ai lavoratori delle cooperative sociali che operano all’interno delle case di riposo.
Agli addetti alla vigilanza che supportano le attività che non hanno smesso di erogare servizi essenziali.
A tutte le lavoratrici e ai lavoratori che operano a “stretto” contatto con il pubblico negli sportelli bancari e postali.
Alle lavoratrici e ai lavoratori dei Call center, della logistica e dei trasporti.
Alle lavoratrici e ai lavoratori della Grande distribuzione che assieme alle Organizzazioni sindacali da qchiedono “solo” di svolgere il loro prezioso servizio in condizioni di sicurezza, anche attraverso la chiusura domenicale di supermercati e centri commerciali.
Annoso problema che di fronte al Coronavirus ha due facce che possono e devono stare in equilibrio.
A tutte queste persone va il nostro Grazie grande grande.
L’Italia ne uscirà, l’umanità è accomunata dallo stesso primario interesse, il cambiamento virtuoso che può scaturire dal Coronavirus dipende solo da Noi. Da questo punto di vista per noi non c'é un prima e un dopo. Il Sindacato c'è e ci dev'essere sempre: questo é il suo scopo, questo é il suo destino.

G.G.


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