Brevi riflessioni settimanali del Presidente della UILTuCS Lombardia

giovanni foto 200 2019 trasp

Referendum e Costituzione

Mai referendum fu così contraddittorio come quello del 20-21 settembre sulla riduzione dei parlamentari.
Tatticismi, ipocrisie, pentimenti, ambiguità e ripensamenti. Specchio di una classe politica che non decide per autentica convinzione, ma preferisce posizionarsi di volta in volta secondo la convenienza del momento.
Poca visione strategica e volontà di spendersi per ciò di cui il Paese ha veramente bisogno.
Cosa che, in primo luogo, dipende dai requisiti morali e professionali, dall’educazione e dalla formazione alla responsabilità di chi fa parte delle istituzioni e del parlamento in particolare.
Ricostruire il come si sia arrivati ad approvare la legge che modifica gli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione, cioè la riduzione dei componenti di Camera e Senato, è indicativo del crescente rifiuto che si registra nel Paese, man mano che cresce l’informazione e ci si avvicina al voto.
Chi ha votato ripetutamente NO perché sosteneva che la riduzione doveva essere accompagnata da altre riforme, alla fine ha votato SI anche se le riforme considerate necessarie non sono state fatte ma solo “promesse”.
Promesse da chi a chi, quando e come, nessuno lo sa.
È serio modificare la Costituzione sulla base del “poi si vedrà”?
Questa è la ragione per la quale cresce nel Paese il timore che il taglio, sic et simpliciter, possa tramutarsi in indebolimento immediato del Parlamento e della Costituzione.
Nessuno pensa che i problemi importanti si possano risolvere con un SI o con un NO, ma talvolta ci si trova di fronte a questa alternativa secca che ci obbliga a scegliere.

giovanni foto 200 2019 trasp

Uscire dall’incertezza

Governare, nella situazione in cui ci troviamo, non è facile per nessuno e per nessuna istituzione.
Questo bisogna ricordarlo e riconoscerlo.
Governo, Regioni, Comuni, da questo punto di vista si trovano nella stessa situazione e anche per questo hanno il dovere di collaborare, come non sempre avviene.
Governare, però, significa decidere in relazione ai problemi che si hanno di fronte. L’incertezza non giova a nessuno, aggrava solo quelli esistenti.
Questo è il tempo in cui massima è la necessità di assumersi la responsabilità in presenza di rischi, proposte e richieste diverse, nella distinzione dei ruoli che caratterizza il nostro sistema democratica.
Se in buona fede possiamo dire che di fronte all’emergenza si è fatto uno sforzo straordinario per tentare di aiutare tutti, la stessa cosa non possiamo dirla rispetto alle decisioni strategiche che riguardano la ricostruzione dell’economia con correttivi tali da poter spiegare alle persone, ai lavoratori in particolare, il significato concreto di sviluppo sostenibile, responsabilità sociale d’impresa, riforma del capitalismo e definizioni simili che comunque confermano la necessità di un cambiamento epocale.
Il quale si vede o non si vede nel modo di produrre e di lavorare.
La si può girare e rigirare come si vuole ma siamo sempre lì, ovvero il lavoro -come e a quali condizioni si lavora- è la cartina di tornasole per capire se l’economia si socializza, se supera l’ossessione del profitto come scopo unico che implica più problemi che soluzioni.

giovanni foto 200 2019 trasp

Priorità

La storia ha prodotto una economia malata (parole di Papa Francesco) che genera squilibri di varia gravità, per curare i quali bisognerebbe cambiare le “regole di ingaggio” del vecchio capitalismo secondo le quali “il fine giustifica i mezzi”.
Il fine è il profitto, il lavoro umano è concepito come mezzo.
Servirebbero “luminari” e condizioni favorevoli per curare questa malattia, invece abbiamo a che fare con uno scenario mondiale dove al posto dei luminari ci sono regimi, personaggi e gruppi di potere che giocano una partita diversa da quella dello sviluppo condiviso, anche nella buona competizione, che mette al centro le persone.
Almeno di questo, noi che viviamo in Italia e in Europa, dobbiamo essere coscienti.
Non per chiudere gli occhi di fronte ai nostri evidenti problemi, ma per affrontarli sapendo che c’è anche qualcosa d’importante da difendere.
Qualcosa che si riscontra anche nel diverso modo di lottare contro la pandemia e di tutelare la salute delle persone senza distinzione di ceto, di classe o di reddito.
Cos’è prioritario, oggi, in Italia?
Quando si parla di priorità bisogna stare attenti a non commettere l’errore di considerare poco importante ciò che non viene percepito come urgente, anche per assuefazione.
E bisogna stare attenti anche a coloro che utilizzano il concetto di priorità per rinviare all’infinito la soluzione di determinati problemi.
Le cose buone, utili, che generano sviluppo e progresso, vanno fatte, si giustificano da sole.
Chi fa perdere tempo danneggia la collettività.

giovanni foto 200 2019 trasp

Attorno al discorso di Draghi

Le buone parole servono, se sono seguite da misure che incidono sulla vita delle persone e delle famiglie.
In una società equilibrata e coesa, servono sia gli investimenti produttivi che fanno girare il motore dell’economia e creano occupazione, sia gli ammortizzatori sociali, o sussidi, come li ha definiti Mario Draghi nel discorso pronunciato al Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione.
Tra il reddito da lavoro e l’insieme delle misure diversamente denominate ci dev’essere proporzione, altrimenti frana il sistema,  a danno del Paese e in particolare delle persone più fragili.
La pandemia ha fatto saltare i vincoli di finanza pubblica e nel contempo impone un ripensamento dello sviluppo che alla lunga risulta problematico con un debito in continua crescita, le cui implicazioni rientrano nella lungimiranza di chi oggi è chiamato a decidere come utilizzare le risorse disponibili.
È il momento assumere il vincolo della coesione sociale come valore condiviso, nella difficile e non brevissima fase transitoria della ricostruzione economica, adottando un linguaggio di verità comprensibile a tutti.
Lo ha fatto l’ex Presidente della Banca centrale europea?
A modo suo, sì.
Ma il fatto stesso che fiocchino consensi da forze politiche che si avversano e hanno programmi diversi, conferma che non basta ritrovarsi d’accordo nella distinzione tra debito buono e debito cattivo se poi le ricette pratiche divergono.
Quindi, è il momento di dare un orientamento etico alla politica economica e sociale del Paese, il che significa allocare le risorse finanziarie disponibili in progetti riconducibili allo sviluppo sostenibile di breve, medio e lungo periodo.