Brevi riflessioni settimanali del Presidente della UILTuCS Lombardia

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Per un Paese più sociale e coeso

La guerra è anche guerra di parole.
Spettacolo deprimente e campagna elettorale di posizionamento.
Anziché informare e approfondire, si preferisce chiedere alle persone se sono favorevoli o contrari all’invio delle armi e si riparte dalle “risposte” semplificate che non servono a nulla, dal momento che l’invasione dell’Ucraina obbligava e tuttora obbliga ad agire tempestivamente.
In che mondo vivremmo se di fronte all’invasione violenta di un Paese si dovesse registrare la passiva accettazione della “vittoria” sul campo di battaglia del più forte e prepotente?
Abbiamo il diritto-dovere di partecipare come cittadini, sulla base delle nostre premesse di valore, che escludono la guerra “come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, come ha fatto la Russia nei confronti dell’Ucraina.

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Maledetta guerra

Anche un solo giorno di guerra è troppo.
Ne sono passati tanti da quando è iniziata l’invasione russa dell’Ucraina e non s’intravede la fine, anzi si vive con il timore che possa peggiorare in un modo che è meglio non nominare.
Siamo nelle mani di pochi, ma la guerra in un modo o nell’altro colpisce tutti.
Certo non come chi è costretto a “vivere” sotto le bombe e i missili.
Da un momento all’altro è cambiata la prospettiva e siamo costretti a fare i conti con problemi morali irrisolvibili in maniera ottimale, ma componibili solo mediante accordi e compromessi, difficili da raggiungere ma necessari.
Anzi, può sembrare strano, ma il compromesso è la migliore risposta morale.
Sono convinto che l’Italia stia facendo la sua parte in coerenza con la Costituzione che ripudia la guerra offensiva, ma non certo il diritto dovere di difendersi preventivamente e concretamente quando altri la praticano unilateralmente.
Le armi e la violenza sono una maledizione, ma dopo averlo detto la realtà non cambia e con la guerra in Ucraina dobbiamo fare i conti.
Come li sta facendo il governo? Come li stanno facendo l’Italia e l’Europa?

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1° Maggio: per il lavoro, con i lavoratori

Come Pasqua e il 25 aprile, anche il 1° Maggio passa attraverso un enorme carico di preoccupata incertezza per il futuro.
La guerra non ci voleva proprio, non dovrebbe mai esserci, ma c’è.
Con le sue conseguenze catastrofiche, economiche e sociali.
Il costo della vita è la conseguenza più immediata e generalizzata, che colpisce tutti, ma in maniera più pesante le persone che hanno meno e guadagnano poco, gli anziani con pensioni medio basse che l’inflazione ha già decurtato di fatto.
Vogliamo la pace, ma intanto c’è la guerra che costringe a rivedere piani e programmi, a ripensare il futuro, ad affrontare questa ennesima emergenza nel modo più razionale possibile, il che sembra quasi impossibile perché siamo di fronte all’evento “umano” più inquietante e contraddittorio.
Le conseguenze maggiori ricadono sui disoccupati non sussidiati e i sottoccupati involontari che, in questa situazione, più difficilmente trovano lavoro o incrementano quello che hanno.
Senza lavoro non c’è serenità e progetto di vita.
Quando si lavora poco e non si guadagna abbastanza per vivere dignitosamente, si è in perenne sofferenza.

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25 Aprile tra guerra e pace

Esiste la guerra giusta?
Esistono fatti. Esiste la violenza, dalla quale è necessario difendersi.
Esistono le cause e ci sono gli effetti. Nessuno può dire cosa sia giusto o sbagliato, in assoluto.
Tutti però sappiamo cos’è la legittima difesa di fronte alla violenza: o la si subisce, o si reagisce per “sconfiggere” chi la esercita.
L’”arma” vincente è la prevenzione, è la cultura della pace, la consapevolezza che la guerra è a somma tragicamente negativa e rappresenta un crimine contro l’umanità.
La parte morale è chiarissima e, per chi ci crede, la cultura della pace e della nonviolenza è un punto di riferimento imprescindibile.
Lo è proprio perché bisogna fare i conti con una realtà nella quale la guerra è ancora tragicamente presente, con armi sempre più distruttive.
La liberazione dal nazifascismo del 1945 avvenne mediante guerra e lotta armata, in Italia nota come resistenza.
La pace fu riconquistata tramite la guerra, considerata inevitabile per impedire il folle sviluppo di un disegno criminale dal quale era inimmaginabile difendersi con il solo uso della ragione.
Il quale, unitamente alla parte morale e ideale, non ci deve mai, mai, mai abbandonare.