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Il deficit più pericoloso è politico culturale

A Bruxelles il governo italiano sta negoziando con la Commissione europea per evitare la procedura d’infrazione, ma anche per salvare la faccia di fronte alla evidente retromarcia rispetto alle promesse fatte. Avere o non avere un certo numero di miliardi da spendere non è la stessa cosa, come si capirà meglio nel momento in cui sarà chiaro da quando, per quanto tempo e a quali condizioni si potrà avere un sostegno pubblico che, prima o dopo, non si chiamerà più reddito di cittadinanza, come impropriamente viene ancora definito. Perché non potrà esserlo in sostituzione della vera fonte della ricchezza e dello status psicosociale che è il lavoro. Quello dignitoso, regolare e regolato, ragionevolmente tutelato. Nel momento in cui si capirà come si calcola e funziona “quota 100” per andare in pensione. E quando sarà chiaro quali effetti producono o non producono sull’economia le misure previste dalla Legge di bilancio definitivamente approvata. Una cosa è certa: l’interesse dell’Italia coincide con quello dell’Europa di cui è parte, non controparte.

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Milano, il suo arcivescovo, la via da seguire per costruire futuro

L’ultimo rapporto Censis evidenzia che gli italiani sono spaventati e che tanti, troppi, non sperano più in un futuro migliore. Dall’analisi del Centro Studi fondato dal sociologo Giuseppe De Rita viene fuori “un’Italia sempre più disgregata, impaurita, incattivita, impoverita, e anagraficamente vecchia”, che dovrebbe mobilitare le migliori energie per invertire la rotta del declino, non solo economico. È quello che chiedono -e nei limiti dei loro poteri e delle loro funzioni, fanno-, figure pubbliche come il Presidente della Repubblica Mattarella e l’arcivescovo di Milano, Delpini, il quale, nella Basilica di Sant’Ambrogio, ha pronunciato un “discorso alla città” ricco di contenuti collegati ai problemi epocali del nostro tempo. Che non potranno mai diventare opportunità di crescita inclusiva senza una bussola valoriale in grado di orientare la politica economica e sociale del Paese nel suo complesso e di tutte le comunità che ne fanno parte. Quando Delpini dice “basta con la ricerca del consenso stimolando l’emotività, ingigantendo paure e pregiudizi”, in una Basilica affollata da sindaci e rappresentanti delle istituzioni, indica la malattia politica e culturale del momento, ma propone anche la terapia quando aggiunge che è arrivato il momento di rivalutare “l’arte del ragionare insieme”.

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Il vero problema epocale è il lavoro

Il lavoro prima di tutto. Certo. Ora e sempre. Solo il lavoro ragionevolmente tutelato e retribuito, come prevede l’art.36 della Costituzione, riconosce la dignità della persona, conferisce ad essa la piena cittadinanza, realizza uguaglianza di base, orienta e qualifica lo sviluppo economico. E solo il lavoro così concepito sancisce l’ingresso a pieno titolo dei giovani nella società dopo gli studi, possibilmente preceduto da una corretta ed educativa alternanza scuola lavoro. Questa dovrebbe essere, ma non è, la realtà nella quale siamo immersi, come dimostra la disoccupazione, la sottoccupazione e la povertà di massa. Le quali richiedono risposte di sistema, non cure palliative o misure che non aggrediscono le cause di questa devastante fenomenologia di cui i giovani che hanno smesso di studiare e non hanno lavoro rappresentano l’effetto più allarmante. Se il come fare è il vero problema, non c’è dubbio sul fatto che il valore aggiunto consiste nel creare maggiore ricchezza per meglio distribuirla, avendo già ampiamente sperimentato che il solo incremento del Pil non basta a debellare la povertà complessiva che affligge anche i Paesi relativamente progrediti come il nostro.

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Disorientamento che produce danni

Il governo continua a proclamare la fine dell’austerità e l’inizio di una politica economica espansiva senza alcun rapporto con la realtà, ma in economia e finanza fanno testo i numeri che, come i fatti, contano più delle opinioni. In uno dei suoi periodici rapporti sulla stabilità finanziaria, Bankitalia ha certificato il danno per le famiglie italiane in termini di maggiori interessi sui mutui, derivante dall’aumento dello spread. Il quale colpisce il Paese nel suo complesso e fa ri-diventare l’Italia un problema da cui difendersi, come dimostra il suo pericoloso isolamento in Europa. Da cui difendersi per la semplice ragione che la finanza è strutturalmente e ineluttabilmente sovranazionale e nessun altro Paese è disposto a pagare con noi. Ne consegue che “prima gli italiani” non sta in piedi da nessun punto di vista e, alla prova dei fatti, le confuse manovre dei partiti di governo stanno producendo l’opposto di quanto pomposamente annunciato, ovvero: confusione e incertezza, in luogo di fiducia e chiarezza. Anche gli imprenditori e i dirigenti delle grandi imprese -che dettano le condizioni alle piccole e condizionano le associazioni imprenditoriali di categoria, a mio parere hanno la loro parte di responsabilità rispetto alla condizione presente del Paese.