Brevi riflessioni settimanali del Presidente della UILTuCS Lombardia

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Mantenere le distanze e sentirsi più vicini

Siamo ancora nel pieno della lotta a questo maledetto Coronavirus, costretti a reagire nel migliore dei modi e nel contempo a riflettere su come ripartire, anche alla luce degli errori commessi nel campo della sanità pubblica.
Anche in questa tremenda crisi ci rendiamo conto di quanto sia centrale il lavoro, anche umile e sempre faticoso, per curare e assistere dignitosamente le persone che si ammalano; per assistere le persone anziane nella case di riposo; per assicurare la produzione e la distribuzione di beni e servizi essenziali.
Pur nell’emergenza senza precedenti, che sconta l’inevitabilità di errori e comportamenti sbagliati a tutti i livelli, soprattutto nella fase iniziale del contagio, è confortante constatare che le istituzioni ci sono.
Ce l’ha ricordato ancora una volta il Presidente della Repubblica Mattarella, sottolineando il momento triste che stiamo vivendo, ma per infondere fiducia e speranza.
Certo che possiamo farcela, certo che ce la faremo, il problema serio, più serio ed evidente che mai è come uscirne e ricominciare, tenuto conto che mettere in cassa integrazione o utilizzare il FIS è molto più semplice che riaprire le imprese e riportarle al medesimo livello produttivo di prima.
Se pensiamo al Turismo, per esempio, e a tutte le belle località del nostro stupendo Paese, dal Nord al Sud, vengono i brividi. Torneranno a vivere, anche solo parzialmente, la prossima estate?
La realtà va affrontata e la affronteremo caricandoci la parte di responsabilità che ci compete, restando più vicini possibile alle persone che hanno bisogno di noi.

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Un vero esame di maturità

Continua ad aumentare il “numero” dei morti. Persone che se ne vanno in tremenda solitudine.
Non si vede ancora la tanto attesa inversione di tendenza che confermi la bontà delle misure adottate per contenere il contagio e sconfiggere il Coronavirus.
Solo quando inizierà il calo dei contagi sapremo di aver scavalcato il picco, adesso dobbiamo rimanere concentrati su questo obiettivo e nel contempo riflettere su come mettere a frutto la  sconcertante esperienza che stiamo vivendo.
Non sarà facile, non sarà automatico, non potrà essere neutro il tentativo di ripensare il mondo e le nostre vite, attraverso la rivalutazione dei beni che appartengono a tutti e che solo Istituzioni pubbliche ben strutturate ed efficienti possono garantire.
Il rapporto tra pubblico e privato va riconsiderato alla luce dell’evidenza che i diritti e i doveri, le libertà individuali, i vincoli e il senso del limite, vanno concepiti all’interno di una idea di società strutturata per includere, creare e garantire benessere.
Il Coronavirus ha messo in evidenza i limiti e le scelte strategiche sbagliate, anche in Lombardia, nei confronti del nostro Servizio Sanitario Nazionale, volutamente indebolito a favore della sanità privata.
Se la nostra Costituzione dice che “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”, il ruolo di garanzia deve spettare per forza di cose alla Sanità pubblica.
Quella privata non va affatto demonizzata, ma non può essere concepita per indebolire quella pubblica, come si è fatto nella nostra Regione.

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Ne usciremo rafforzati

Il Coronavirus si espande nel mondo, ma il mondo non è coordinato.
I singoli Paesi procedono in ordine sparso, magari dopo aver minimizzato il rischio.
Questo è un grosso problema, aggravato dall’irresponsabile comportamento di alcuni capi di Governo/Stato che invece di cooperare preferiscono sbandierare una illusoria sovranità, dietro la quale ci sono solo interessi particolari da difendere.
L’Europa tentenna ma comincia a muoversi, nonostante le infelici dichiarazioni della Presidente della Banca Centrale Europea, anche perché si capiscono le implicazioni della emergenza sanitaria in corso, tramutatasi in qualcosa di più generale non ancora chiaramente definibile.
Qualcosa che stiamo sperimentando, vivendo giorno per giorno, come non abbiamo mai vissuto prima e come pensavamo fosse impossibile vivere.
Per quanto tempo?
Il solo fatto di non essere in grado di fare previsioni certe ci disorienta, ma è così perché stavolta il nemico è reale ma al contempo sconosciuto.
Uno sconosciuto che ci sta obbligando a conoscere meglio noi stessi.
A ripensare il nostro modo di vivere.
A riconsiderare il rapporto tra l’”io” e il “noi” che deve fare i conti con due valori base del nostro essere cittadini italiani ed europei che mettono al centro e al di sopra di tutto la Persona: la libertà e la responsabilità.
Non può esserci l’una senza l’altra.
Fare il proprio dovere per il bene di tutti e di ciascuno non è una costrizione ma la forma di libertà di più alto valore civile e morale.
Di questo c’è bisogno adesso, di questo ha bisogno il nostro Paese per uscirne prima e meglio possibile.

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Nulla sarà come prima, o tutto tornerà come prima?

Riflettere sulla vita.
Sul nostro modo di vivere e di convivere.
Di produrre e di “consumare”.
Riflettere attorno alla necessità di rivalutare i beni essenziali che costituiscono la base del nostro benessere.
La Salute è uno di questi. La Sicurezza psicofisica è un valore che riassume sia il benessere personale che sociale.
Ci voleva il Coronavirus per capire che il concetto di sicurezza va molto al di là della meschina interpretazione che ne è stata data negli ultimi anni?
Certo, era meglio arrivarci per convinzione propria, ma visto e considerato che questo virus sconosciuto è in mezzo e dentro di “noi”, combattiamolo nel molto più razionale e sistematico possibile, sfruttiamolo per emendare la nostra vita personale, collettiva e sociale da ciò che ne ha compromesso l’equilibrio presente e futuro.
Lo stiamo facendo?
È presto per dirlo, ma qualcosa si è mosso, a cominciare dal breve messaggio del Presidente della Repubblica Mattarella che ha trasmesso fiducia e nel contempo ha chiesto partecipazione e rispetto verso “chi” ha compiti di regia e coordinamento nella gestione dell’emergenza.
L’esperienza insegna che ci sono diversi modi di uscirne.
Uno tende a superarla e tornare come prima senza farsi troppe domande.
L’altro mira a uscirne prima possibile ma ne razionalizza le implicazioni e prospetta un rafforzamento della prevenzione in relazione a un modello di sviluppo che non può più essere affidata al caso.