Starbucks: la paura incomprensibile del sindacato

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Se in una gara a staffetta chi tende il testimone, con un finta, scartasse l’altro atleta e corresse da solo verso il traguardo, cosa pensereste?
Quanto meno sareste colti da stupore!
Ormai la nostra organizzazione sindacale è presente in Starbucks da diversi mesi.
Con l’azienda abbiamo aperto un dialogo costruttivo a volte dialetticamente vivace ma mai sopra le righe, altre collaborativo e sintonico.
Abbiamo suggerito miglioramenti sul luogo di lavoro come l’aumento del valore dei tickets restaurant, il miglioramento del trattamento di malattia, l’erogazione di bonus legati e altre iniziative che Starbucks ha accolto a volte integralmente, a volte in parte, a volte motivando l’impossibilità a venire incontro alle nostre esigenze: come avviene normalmente in trattativa.
Una volta raggiunto un accordo di massima ci si dedica solitamente a stendere il verbale che da atto delle intese raggiunte, delle modalità di sviluppo delle iniziative, delle tempistiche e delle scadenze.
Tutto bene fino a quando Starbucks ci scarta e mette in atto comportamenti devianti, negando di fatto l’interlocuzione con il sindacato e adoperandosi con comunicazioni unilaterali in cui i risultati raggiunti sembrano gentili concessioni.
In alcuni passaggi della trattiva a dirla tutta, si era acceso un campanello di allarme perchè la direzione del personale ci ha velatamente informato che la “casa madre” di Starbucks non sanno cosa sia un contratto integrativo.
Può essere che questo sia vero e sarebbe facile rispondere che c’è sempre la prima volta e che centinaia di aziende hanno in essere contrattazione integrativa e sono ancora in piedi. Starbucks dovrebbe invece conoscere il valore e il significato di accordo o di contratto.
Cosa impedisce all’azienda di sottoscrivere con il sindacato un accordo che sancisce alcuni diritti per i lavoratori?
Che cosa teme una delle più grandi multinazionali al mondo sottoscrivendo un accordo con la più umile (non siamo certo una multinazionale!) UILTuCS Lombardia?
Di creare il cosiddetto precedente?
O semplicemente di mantenere il coltello dalla parte del manico con i lavoratori?
Quasi tutto quello che viene comunicato e concesso unilateralmente altrettanto unilateralmente può essere ripensato e ritirato.
Davvero i lavoratori di Starbucks vogliono un azienda generosa ma a “discrezione”?
I partners, come ama chiamare i dipendenti la multinazionale americana, sono spesso coccolati e trattati economicamente meglio dei loro cugini di altre realtà lavorative: si pensi che durante il lock down Starbucks ha continuato ad erogare lo stipendio ai propri dipendenti mentre altri hanno attivato copiose richieste di cassa integrazione.
Anche la multinazionale americana ha evidentemente accusato il colpo della pandemia ma le disponibilità economiche non hanno impedito all’azienda questa attenzione nei confronti dei propri lavoratori.
I “partner” comunque lavorano duro, danno anima e corpo all’azienda a cui sono legati da una cultura di condivisione e compartecipazione ma questo rapporto in alcun modo non deve essere, nelle idee dell’azienda, mediato dalle istanze sindacali.
Noi continueremo a fare il nostro lavoro, ad ascoltatore i lavoratori, a tutelarli negli aspetti di salute e sicurezza a cercare di migliorare il rapporto tra tempi di vita e tempi di lavoro e ad informali sulle occasioni offerte dalla bilateralità come il bonus energia reso disponibile qualche giorno fa.
Continueremo a ricercare il dialogo (finchè sarà possibile) e la possibilità di negoziare accordi sindacali nell’interesse di tutti gli attori coinvolti.
Non abbiamo manie di protagonismo ma non ci interessano neppure i rapporti di facciata: desideriamo il rispetto del ruolo sindacale e del personale di Starbucks.